Gli Usa occuperanno la Nord Corea L’obiettivo è evitare un nuovo Iraq


Nonostante che in queste ultime ore le nubi di guerra fra Corea del Nord e Stati Uniti sembrava dovessero diradarsi, anche grazie allo sforzo diplomatico di tutti per cercare di mediare fra Kim Jong-un e i suoi nemici, il Pentagono non sembra aver rimosso la possibilità di un’opzione militare che ponga fine al regime nordcoreano. Secondo quanto riferito dalla giornalista Laura Rozen di Al Monitor su Twitter, un think-thank militare vicino ai conservatori americani e molto influente all’interno della Casa Bianca starebbe da tempo studiando le possibilità di un intervento militare risolutivo in Corea del Nord che comporti la decapitazione del regime e l’occupazione militare del territorio da parte delle forze armate statunitensi. La corrispondente americana per Al Monitor ha poi confermato questa notizia aggiungendo che i consiglieri militari starebbero studiando in particolar modo gli scenari post-bellici, per evitare gli errori commessi in Iraq nel 2003.

Secondo le fonti citate, il problema dei consiglieri militari vicini a Donald Trump sarebbe soprattutto legato al futuro della Corea del Nord. Quello che si teme, infatti, è la possibilità che la guerra duri anni e che il collasso del regime non produca alcuna forza di opposizione al regime, se non una lenta agonia del popolo della Corea del Nord e una palude bellica per gli Stati Uniti, che si troverebbero un Paese allo stremo e una popolazione sostanzialmente nemica, incapace di vedere gli Usa come dei liberatori. E proprio per questo motivo, gli studi si stanno concentrando su come poter eliminare eventuali ribellioni o rivolte organizzate dai vecchi leader militari del regime, soprattutto in caso riescano ad entrare in possesso degli arsenali di Pyongyang che contengono armi non convenzionali. Sono dunque le conseguenze della guerra a far vacillare le certezze dei consiglieri militari del presidente degli Stati Uniti, forse anche più dello stesso rischio nucleare. Dubbi confermati dalle dichiarazioni di Bannon, Mattis e Tillerson.

Come ha evidenziato Robin Wright sul New Yorker, una guerra con la Corea del Nord sarebbe probabilmente una combinazione di due tipi di conflitto differenti. La prima fase sarebbe una guerra “convenzionale” tra la Corea del Nord e le forze americane e sudcoreane. Potrebbe iniziare diversi modi, ma gli scenari sono sostanzialmente di due tipi. Nel primo scenario, gli Stati Uniti potrebbero impegnarsi in un raid chirurgico poco prima di un lancio missilistico nordcoreano o nei primi secondi del suo volo. In questo caso, l’attacco potrebbe essere fatto anche soltanto attraverso un “cyberattack”, a detta di molti analisti, anche se non è chiaro se gli Stati Uniti dispongano delle capacità di attacco informatico così sofisticate da impedire il lancio di missili balistici da parte del regime di Pyongyang. Il regime di Kim Jong Un ha già condotto 18 test balistici soltanto nel 2017 e l’intelligence di Seul ritiene che Kim possa testare un altro missile balistico intercontinentale entro pochi giorni. Se il presidente Trump decidesse di autorizzare la neutralizzazione di un test missilistico, le soluzioni sono di tipo completamente diverso: o Kim reagisce, iniziando un attacco di rappresaglia; oppure il governo nordcoreano decide di fermare i test per timori di una guerra devastante.

Il secondo scenario possibile sarebbe che la Corea del Nord avvii l’azione militare a causa di timori o segnali per cui l’intelligence della Corea del Nord possa ritenere plausibile che gli Stati Uniti siano vicini a un attacco. I segnali potrebbero essere molto differenti fra loro: dall’ordine di evacuazione dei cittadini americani dalla Corea del Sud, ad azioni molto più cogenti come l’invio di un numero maggiore di aerei nelle basi militari della penisola o nei Paesi alleati, il dispiegamento di un maggior numero di truppe o anche di testate atomiche, come paventato Oltreoceano.

Questa prima fase “convenzionale” potrebbe durare anche soltanto un mese o al massimo due, come detto da molti analisti militari statunitensi. Sempre sul New Yorker, si cita il generale Gary Luck, ex comandante delle forze Usa in Corea del Sud, che ha dichiarato che “la Corea del Nord è in una posizione in cui la sua capacità di condurre una guerra convenzionale si è atrofizzata nel corso degli anni, […] Ma ha ancora i numeri nella sua forza militare”. E i numeri sono imponenti. Secondo le stime del Military Balance 2017 redatto dal International Institute for Strategic Studies, il regime di Pyongyang disporrebbe di 1,2 milioni di soldati, 600mila riservisti e almeno sei milioni di cittadini addestrati nell’uso delle armi. Questi numeri, che potrebbero anche essere poco utili nella prima fase della guerra, potrebbero invece essere molto rilevanti per la seconda fase della guerra, ovvero l’inizio dell’occupazione da parte delle forze statunitensi e sudcoreane.

Come detto in precedenza, non avendo la possibilità di intraprendere una collaborazione con forze ribelli al regime, che paiono inesistenti, la guerra, dopo la prima fase di bombardamenti ed eliminazione dei siti balistici e militari più importanti, diventerebbe un conflitto logorante e con il rischio che si vada più verso l’annientamento della Corea del Nord piuttosto che verso una pacificazione. Per non parlare poi dell’impatto sugli altri Stati confinanti, che potrebbe essere altrettanto catastrofico. La Cina non potrebbe rimanere inerte di fronte a una guerra ai propri confini intrapresa dagli Stati Uniti contro un regime che ha tenuto in piedi per molti anni. Dall’altra parte, la Corea del Sud potrebbe essere messa a dura prova da questa guerra, soprattutto perché le sue città sarebbero le prime vittime delle mosse di Kim che a quel punto, una volta visto infrangersi il suo regno, non avrebbe alcun rimorso a bombardare con ogni tipo di arma anche la stessa Seul. Scenari catastrofici su cui tuttavia gli analisti vicini al presidente Trump stanno riflettendo. Segno che la guerra non è ancora un’opzione abbandonata.